I Saw The TV Glow, ma non tutti vedono brillare

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Presentato a diversi festival cinematografici come il Sundance e la Berlinale, I Saw the TV Glow è la seconda pellicola dellə regista Jane Schoenbrun che sta riscuotendo un discreto successo di pubblico negli Stati Uniti a seguito dell’uscita in sala di maggio. Il film, alla cui produzione e distribuzione ha contribuito anche la ormai nota A24, narra la storia di Owen (Justice Smith) e Maddy (Brigitte Lundy-Paine), teenager che frequentano lo stesso liceo e sono appassionati di una serie per adolescenti sui temi del sovrannaturale, The Pink Opaque. Seguendo gli avvenimenti della serie e il bagliore della televisione i due inizieranno a vedere e vivere le rispettive realtà in modi molto diversi.

Ciò che funziona in I Saw the TV Glow – e per cui probabilmente sta attirando sempre più spettatori – è la capacità di parlare a diversi tipi di pubblico. È innegabile il sottotesto transgender, data la volontà dellə regista di raccontare la propria esperienza, ma non è l’unico elemento di rilievo. Il film vanta una commistione di generi che spaziano dall’horror al paranormale, dal drammatico allo psicologico e l’universalità del tema di fondo lo rende capace di essere condiviso da molte persone. Infatti, ciò su cui riflette Schoenbrun è la paura di vivere una vita nascondendo la propria reale identità, senza avere la possibilità di realizzarsi come se stessi. Una tematica forse meno comune all’interno del genere horror, ma proprio per questo capace di apportare un valore aggiunto al panorama cinematografico attuale. Allo stesso tempo, è anche universalmente riconosciuta: il pubblico di riferimento può estendersi dalla comunità queer agli adolescenti che vivono una vita di emarginazione nelle periferie, dagli amanti delle serie TV e dei film paranormali a chi ha interessi e passioni meno convenzionali.

I saw the tv glow recensione

Tuttavia, leggendo i commenti e le recensioni degli spettatori, non si può fare a meno di notare, tra una gran quantità di post entusiasti, anche alcune critiche che rispecchiano una tendenza sempre più comune: quella di disapprovare prodotti audiovisivi (ma anche letterari o musicali) che trattano situazioni nelle quali – apparentemente – non ci si riconosce. Certo, è giusto che un buon sceneggiatore, nel raccontare una storia, debba rendere il suo contenuto il più possibile interessante per un pubblico vasto e variegato, ma è altrettanto importante considerare che non tutto deve essere destinato a rispecchiare le esperienze e le idee personali di chi lo fruisce.

Un discorso simile è emerso recentemente in un’intervista con il direttore creativo della Pixar, Pete Docter: nella ricerca di nuovi modi per rivitalizzare lo studio, una delle possibili strade che si prospettano sarebbe quella di focalizzarsi su un appeal di massa e su esperienze comuni, a discapito di racconti più autobiografici come Turning Red, Luca, o Elemental. Ma dove ci porterebbero queste “esperienze comuni” se venissero create solo storie su grandi temi universali? E soprattutto, dove un evento finisce di essere individuale e diventa collettivo? La prospettiva che si presenta per il futuro è quella di un generale appiattimento e di una scomparsa di nuove idee. Il che è preoccupante. Cosa ci può dare una storia che aderisce perfettamente alle nostre visioni e non ci dona nuovi spunti di riflessione? Nuovi modi di vedere il mondo? Banalmente, tutti noi andiamo al cinema o guardiamo la TV per distrarci, per poter “viaggiare” con la mente e sentirci parte, per qualche ora, di un’altra realtà. Limitare la creatività e le storie personali degli autori significherebbe quindi limitare anche gli spettatori.

turning red

Storie autobiografiche come quelle dei registi di Turning Red o Luca non sono, alla fine, esperienze simili condivise anche da altri? Nel film di Domee Shi, ad esempio, c’è sì una rappresentazione asiatica, ma anche l’essenza di cosa significhi essere una ragazzina di 13 anni che inizia a scoprire sé stessa. Chi ha detto, quindi, che una storia autobiografica di un individuo non possa essere un’esperienza condivisa da tanti altri?

Tornando perciò a I Saw The TV Glow, la paura di non vivere essendo sé stessi, di non aver avuto la possibilità o il coraggio di provare a intraprendere altre strade, è un tema che attanaglia non solo le persone transgender; chiunque abbia provato le stesse sensazioni può capire quanto possano essere frustranti. Dunque, anche se chi vediamo sullo schermo non siamo esattamente noi, dovremmo essere in grado di metterci nei loro panni ed empatizzare, perché è comunque nei sottotesti che potremmo trovare altre rappresentazioni della nostra interiorità. E se questo non dovesse accadere, empatizzare con l’altro ci fornisce comunque anche l’opportunità di entrare in contatto con culture, idee e vite diverse, da cui poter attingere, imparare e, infine, crescere.

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