
Piero Ciampi è tra le figure meno decantate del cantautorato italiano: nell’arco della sua carriera non ha mai conosciuto il grande successo da parte del pubblico, se non in qualità di autore per altri artisti (Dalida porta al successo La colpa è tua, rielaborazione di Cara, brano precedentemente composto da Ciampi stesso). L’unica parvenza di glorificazione che gli viene riconosciuta arriva principalmente da colleghi quali Gino Paoli, Ornella Vanoni, Franco Califano e il compositore Gian Franco Reverberi, amico di una vita intera; anche dopo la morte ad apprezzare l’artista livornese sono perlopiù personaggi appartenenti al nuovo panorama cantautoriale italiano a rendergli omaggio attraverso citazioni e cover.
La personalità del cantautore è estremamente affascinante e composta da numerose sfumature in lotta e contraddizione l’una con l’altra, al punto da ipotizzare che soffrisse di disturbo bipolare. Il suo è uno spirito vagabondo e irrequieto, non a caso nel 1957 parte alla volta dell’Europa (a Parigi nello specifico, dove assorbe il modo di fare degli chansonniers che aveva modo di ascoltare nei locali) con la sola compagnia della sua chitarra, sebbene rimarrà sempre legato alla sua Livorno, amara e piena di contrasti proprio come lui. L’indole dell’artista sembra accomunarlo di più ai poeti decadenti e maledetti di fine Ottocento e l’inizio del nuovo secolo rispetto ai cantanti e i cantautori suoi contemporanei: mai soddisfatto, schietto, incline ai vizi e allo scontro ma allo stesso tempo sensibile, passionale, vivace, arguto. Tutto questo emerge limpidamente nelle sue canzoni, caratterizzate da una penna geniale ed onesta, dietro le quali l’autore non si nasconde mai.
Nella produzione discografica di Ciampi, i cui brani sono contraddistinti da un modo di cantare più vicino al parlato, appaiono diversi temi, principalmente legati alla sfera quotidiana: dall’intenso sentimentalismo de L’amore è tutto qui al tormento artistico rappresentato ne Il merlo. Nella discografia dell’artista livornese affiorano anche questioni sociali come il lavoro, argomento che a partire dal dopoguerra ha sempre trovato un suo spazio nella musica a partire dalle forme di canto social popolare performato negli ambienti operai e contadini, come evidenziato da studiosi come Ernesto de Martino, fino al mondo cantautoriale di cui fa parte lo stesso Ciampi che ne parla nei suoi brani Il lavoro e Andare camminare lavorare, forse il pezzo più conosciuto dell’artista.

Il primo pezzo si apre con un sontuoso giro di accordi eseguito da violini (che ritorneranno a partire dalla terza strofa) e pianoforte per poi sfumare in un delicato duetto tra quest’ultimo e il basso, conferendo al brano un’impronta jazz che delinea un’atmosfera intima e delicata durante tutti i cinque minuti e quaranta. I versi dipingono una dimensione privata in cui un uomo rientra a casa dopo la giornata di lavoro; dietro le parole romantiche che vengono rivolte alla donna amata, interlocutrice della canzone, si nascondono gli affanni e le sofferenze di chi vive nell’instabilità che comporta il lavoro precario, il quale non dà garanzie sul domani, significativo in questo caso è il verso “[…] ma domani è domenica e ti porto a nuotare / fino a mezzanotte”.
Se Il lavoro mostra la riservatezza Andare camminare lavorare è un vero e proprio inno sociale e corale. L’intero brano è caratterizzato da un ritmo forsennato che rappresenta la frenesia lavorativa, scandito da percussioni molto simili a quelle tribali e arpeggi di chitarra che si avvicinano al rock classico. La canzone fotografa la situazione operaia italiana in cui i prepotenti la fanno da padrone, si impongono imperativamente sui lavoratori “timidi, incoscienti, indebitati, disperati” riducendoli a mero alimento per il lavoro.
Le parole di Piero Ciampi riecheggiano nel presente in cui, a distanza di cinquant’anni, lo scenario è sempre uguale. Il mondo del lavoro continua ad essere avvolto nel precariato mentre con la globalizzazione e la direzione neocapitalista in cui vira la società odierna il ritmo lavorativo risulta sempre più convulso, riducendo i dipendenti a vivere per lavorare piuttosto che lavorare per vivere. La condizione di questi ultimi è sempre più degradata e costernata: spinti allo strenuo delle proprie forze, i lavoratori sono costretti ad accettare contratti e retribuzioni indegne nella migliore delle ipotesi, o al lavoro in nero e a svolgere la propria mansione senza alcuna tutela per quanto riguarda i diritti e la sicurezza (i numeri delle morti e incidenti sul luogo di lavoro sono in aumento esponenziale), venendo perpetuamente deumanizzati dai titolari.





